Bambini geneticamente perfetti: perché la genetica non può (e non deve) decidere il futuro di una persona

epigenetica e sviluppo umano nei bambini geneticamente perfetti

Negli ultimi mesi si è tornati a parlare di bambini geneticamente perfetti, dopo la comparsa di una pubblicità nella metropolitana di New York che prometteva ai futuri genitori di scegliere il “bambino migliore”.

Un messaggio semplice, apparentemente rassicurante, che però apre interrogativi profondi su genetica, futuro e identità.

Dietro a quello slogan non c’è un film di fantascienza, ma una startup reale che propone l’analisi genetica degli embrioni per individuare quello con le “migliori” predisposizioni future.

Non si parla solo di prevenzione di malattie genetiche gravi, pratica già utilizzata da tempo in ambito medico.

Il punto è un altro.

Qui l’idea è che, grazie ai dati genetici, sia possibile prevedere e orientare alcune caratteristiche della persona che nascerà, come capacità cognitive, tratti comportamentali o predisposizioni psicologiche.

Ed è proprio qui che nasce il grande equivoco.

epigenetica e sviluppo umano nei bambini geneticamente perfetti

Potenziale genetico e destino: due cose molto diverse

Dal punto di vista scientifico, una cosa è chiara: i geni non sono un progetto esecutivo.

Non stabiliscono chi una persona diventerà, indicano solo un potenziale.

Il neurosviluppo umano non è il risultato automatico del DNA, ma di una relazione continua tra più fattori che si influenzano nel tempo. 

Genetica, ambiente, esperienza, corpo, relazioni e significato attribuito a ciò che si vive lavorano insieme, in modo dinamico e non lineare.

Pensare che una caratteristica complessa come l’intelligenza, la motivazione o l’equilibrio emotivo possa essere “decisa” prima della nascita significa semplificare eccessivamente il funzionamento umano. 

Significa trattare una persona come un insieme di dati, invece che come un processo in evoluzione.

Anche quando si parla di tratti considerati ad alta ereditarietà, la realtà è molto meno deterministica di quanto sembri. 

Non esistono geni singoli che determinano un esito preciso. La maggior parte delle funzioni cognitive dipende da reti complesse di varianti genetiche, ognuna con un effetto minimo, che interagiscono tra loro e con l’ambiente.

Un esempio spesso citato è quello del gene FOXP2, impropriamente definito “gene del linguaggio”. 

In realtà non crea il linguaggio, ma contribuisce allo sviluppo di alcuni circuiti sensori-motori coinvolti nella sua produzione. 

Anche in presenza della stessa variante genetica, le competenze linguistiche possono essere molto diverse, a seconda delle esperienze vissute.

Questo vale per il linguaggio.

Vale per l’attenzione.

Vale per la memoria.

Vale per ciò che comunemente chiamiamo intelligenza.

Epigenetica ed esperienza: ciò che davvero orienta lo sviluppo

È qui che entra in gioco l’epigenetica, spesso citata ma raramente compresa fino in fondo.

L’epigenetica non modifica il DNA, ma regola come e quando i geni vengono espressi.

Fattori come lo stress, la nutrizione, la qualità delle relazioni, la sicurezza emotiva e la stimolazione cognitiva agiscono come regolatori dello sviluppo cerebrale. 

Non aggiungono o tolgono geni, ma ne modulano l’attivazione nel tempo.

Processi fondamentali come la formazione delle connessioni neurali, la loro selezione e la plasticità del cervello dipendono in modo diretto dall’esperienza

Per questo lo sviluppo umano non segue una traiettoria rigida, ma una serie di direzioni possibili che si definiscono strada facendo.

Il cervello umano, infatti, non funziona come un algoritmo che esegue istruzioni predefinite. 

È un sistema adattivo, che si modifica continuamente in base a ciò che vive. Alcune esperienze di base sono attese, come la cura e la sicurezza. Ma oltre a queste, ogni persona attraversa esperienze uniche e irripetibili, che costruiscono reti neurali altrettanto uniche.

Ed è proprio questa dimensione, legata all’esperienza, a rendere impossibile una previsione completa del futuro di una persona alla nascita.

Quindi, quando si parla di bambini geneticamente perfetti, il rischio è quello di confondere il potenziale biologico con il destino personale, come se il futuro potesse essere deciso prima ancora che una persona faccia esperienza del mondo.

epigenetica e sviluppo umano nei bambini geneticamente perfetti

Il futuro non si seleziona, si costruisce

A questo punto il nodo non è più scientifico.

È culturale.

Anche ammettendo che alcune predisposizioni genetiche possano essere stimate, l’idea di “scegliere il bambino migliore” nasce da un bisogno molto più profondo: la difficoltà, sempre più diffusa, di reggere l’incertezza del futuro. 

In una società che percepisce il domani come instabile, competitivo e poco leggibile, la tentazione è quella di anticipare il controllo. 

Non perché la genetica lo consenta davvero, ma perché rassicura.

Il problema è che, così facendo, si compie uno slittamento silenzioso ma decisivo. 

Si passa dal prendersi cura al selezionare. 

Dalla prevenzione della sofferenza all’introduzione implicita di criteri di valore. 

Alcune caratteristiche diventano desiderabili, altre iniziano a sembrare difetti da evitare. Non viene mai detto apertamente, ma il messaggio passa: esistono vite più “giuste” di altre.

Da professionisti dell’orientamento questo effetto lo vediamo ogni giorno, anche se in forme diverse.

Incontriamo persone adulte, capaci e intelligenti, che si sentono profondamente sbagliate non perché manchi loro il potenziale, ma perché non hanno mai avuto lo spazio per costruire una direzione propria. 

Molti arrivano con una convinzione implicita difficile da scardinare: “se fossi stato diverso, se avessi avuto qualcosa in più, oggi sarei a posto”.

Quasi mai il problema è genetico.

Il problema è che nessuno li ha aiutati a conoscersi prima di indirizzarli, a esplorare prima di scegliere, a distinguere ciò che sentivano davvero da ciò che era stato proiettato su di loro. 

Come spieghiamo anche nel nostro approccio all’orientamento personale e professionale, il futuro non è qualcosa da scegliere a tavolino, ma da costruire attraverso consapevolezza ed esperienza.

Il disorientamento non nasce da un DNA sbagliato, ma da una relazione sbagliata con il futuro.

Ed è qui che la narrativa dei “bambini geneticamente perfetti” mostra il suo limite più grande. Perché il futuro non è una configurazione ideale da impostare all’inizio. 

Non è un parametro da ottimizzare. È qualcosa che emerge nel tempo dall’incontro tra identità, esperienza e contesto. Una persona non diventa se stessa perché aveva i geni giusti, ma perché ha potuto fare esperienza, sbagliare, scegliere, correggere e attribuire significato a ciò che viveva.

Questo lavoro non è anticipabile alla nascita e non è delegabile a un algoritmo. 

La direzione non è scritta nel DNA, né può essere selezionata prima ancora che una persona esista davvero. 

È una costruzione umana, progressiva, spesso non lineare.

La narrazione dei bambini geneticamente perfetti promette controllo e sicurezza, ma ignora la complessità reale dello sviluppo umano e il ruolo fondamentale dell’esperienza.

Per questo la domanda più importante non è se possiamo prevedere il futuro di una persona.

La vera domanda è se stiamo creando le condizioni perché le persone possano scoprirlo.

Perché il futuro non si seleziona.

Si costruisce.

Ed è lì che entra in gioco l’orientamento.

Bambini geneticamente perfetti: perché il potenziale non è una direzione

Il punto, alla fine, non è capire se la tecnologia potrà spingersi ancora più avanti.

Il punto è decidere che idea di essere umano vogliamo sostenere.

Un essere umano non è la somma delle sue predisposizioni, ma il risultato delle scelte che ha potuto fare, dei contesti che ha attraversato e del significato che è riuscito a costruire.

Di quanto ha trovato la sua identità lavorativa e personale.

Quando proviamo a selezionare il futuro alla nascita, stiamo solo evitando una responsabilità più scomoda: accompagnare le persone nel diventare se stesse.

Il futuro non è un parametro da ottimizzare.

È una direzione da costruire.

Ed è esattamente qui che l’orientamento diventa centrale: non per dire alle persone chi devono essere, ma per aiutarle a capire chi sono, così da scegliere dove andare.

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