L’identità lavorativa è uno degli elementi più sottovalutati quando una persona decide di cambiare lavoro, soprattutto dopo aver costruito competenze ed esperienza.
Molte persone arrivano a un punto del proprio percorso professionale in cui, pur avendo costruito esperienze, competenze e una posizione apparentemente coerente, iniziano a percepire una sensazione di disallineamento difficile da definire con precisione.
Il lavoro “funziona”, il percorso è comprensibile dall’esterno, ma internamente qualcosa inizia a pesare.
In questi casi la reazione più comune è cercare un cambiamento: un nuovo ruolo, un’altra azienda, talvolta un settore diverso.
Tuttavia, non è raro che, dopo un iniziale senso di sollievo, la stessa sensazione torni a presentarsi, seppur in forme diverse.
Questo accade perché il problema, nella maggior parte dei casi, non riguarda il lavoro in sé, ma l’assenza di una chiara identità lavorativa.
Senza questo elemento, ogni scelta professionale rischia di essere una risposta reattiva a una situazione contingente, più che il risultato di una direzione consapevole.
Cos’è l’identità lavorativa (partendo da cosa non è)
Quando si parla di identità lavorativa, uno degli errori più frequenti è confonderla con elementi facilmente osservabili e misurabili del percorso professionale.
Per questo motivo è utile chiarire innanzitutto cosa non rappresenta.
L’identità lavorativa non coincide con:
Il ruolo ricoperto in un determinato momento;
Il titolo professionale;
Il settore di appartenenza;
Il curriculum o l’elenco delle esperienze maturate;
Tutti questi aspetti descrivono ciò che una persona fa o ha fatto, ma non spiegano come funziona quando lavora né su quali criteri costruisce le proprie scelte professionali.
L’identità lavorativa si colloca su un piano differente.
Riguarda l’insieme delle caratteristiche che rendono una persona unica nel modo in cui vive il lavoro, prende decisioni, gestisce responsabilità e si relaziona ai contesti professionali nel tempo.
In questo senso, l’identità lavorativa descrive:
Il modo in cui una persona prende decisioni professionali;
Il tipo di responsabilità che è in grado di sostenere nel lungo periodo;
La relazione che instaura con autonomia, pressione e aspettative esterne;
I contesti organizzativi e professionali in cui tende a funzionare meglio;
Questi elementi non emergono attraverso l’analisi del settore o del curriculum, ma richiedono un lavoro di conoscenza di sé che si muove su un piano più profondo e strutturale.
È proprio su questo livello che si costruisce una direzione professionale capace di reggere nel tempo.
Perché l’identità lavorativa viene spesso confusa con le competenze
Nel mercato del lavoro contemporaneo l’attenzione è fortemente concentrata sulle competenze.
Si tende a ragionare in termini di ciò che una persona sa fare, delle skill richieste dal mercato e della loro spendibilità in contesti diversi.
Questo approccio non è errato, ma risulta parziale se utilizzato come unico criterio decisionale.
Le competenze rappresentano infatti solo una porzione limitata di ciò che guida realmente le scelte professionali.
Per comprendere questo aspetto può essere utile richiamare la teoria dell’iceberg, attribuita a Freud, secondo cui solo una piccola parte della nostra esperienza è pienamente consapevole e visibile.
La parte emersa dell’iceberg comprende ciò che è facilmente osservabile e descrivibile: competenze, esperienze, risultati, titoli.
Tuttavia, la parte sommersa, molto più ampia, include i criteri decisionali, le motivazioni profonde, le modalità con cui una persona reagisce ai contesti e le dinamiche che tende a ripetere nel tempo.
Quando una scelta professionale viene costruita esclusivamente sulla base delle competenze, si sta di fatto considerando solo la parte emersa dell’iceberg.
Questo spiega perché molti cambiamenti di lavoro, pur apparendo razionali e coerenti sul piano tecnico, non risultino sostenibili nel lungo periodo.
L’identità lavorativa consente invece di integrare questi livelli, portando attenzione su ciò che guida le scelte anche quando non è immediatamente visibile o verbalizzato.
È in questa integrazione che il cambiamento professionale smette di essere casuale e inizia a diventare intenzionale.
Cosa succede quando l’identità lavorativa non è chiara
Quando l’identità lavorativa non è sufficientemente definita, le scelte professionali tendono a essere guidate più dalle circostanze che da una direzione consapevole.
Questo non significa che le decisioni siano irrazionali, ma che vengono prese in risposta a stimoli esterni piuttosto che sulla base di criteri interni stabili.
Nel tempo, questa dinamica produce alcuni effetti ricorrenti.
Molte persone riferiscono una sensazione di stanchezza o di insoddisfazione che emerge anche in contesti lavorativi considerati “corretti” o coerenti con il proprio percorso formativo.
Altri sperimentano una ripetizione degli stessi schemi professionali, cambiando ruolo o azienda senza riuscire a individuare con chiarezza cosa non abbia funzionato realmente.
Diverse ricerche sul benessere lavorativo mostrano come la mancanza di allineamento tra la persona e il contesto professionale sia uno dei principali fattori associati a stress, demotivazione e calo dell’engagement nel medio-lungo periodo.
Non si tratta tanto di carichi di lavoro eccessivi o di difficoltà operative, quanto piuttosto di una distanza crescente tra ciò che la persona è chiamata a sostenere e ciò che è strutturalmente in grado di reggere nel tempo.
In assenza di una chiara identità lavorativa, anche le scelte apparentemente giuste rischiano di diventare fragili.
Il cambiamento, in questi casi, non risolve il problema alla radice, ma ne sposta semplicemente la manifestazione.
Il cambiamento professionale quando manca una direzione chiara
Il cambiamento professionale è spesso vissuto come una soluzione definitiva a una situazione di disagio.
Tuttavia, cambiare lavoro senza una chiara identità lavorativa non garantisce un reale miglioramento della qualità dell’esperienza professionale.
La differenza non sta nel cambiare ruolo, ma nel cambiare direzione.
Senza una direzione chiara, il rischio è quello di valutare le opportunità esclusivamente sulla base di fattori esterni, come il ruolo, il settore, la retribuzione o il prestigio percepito, trascurando la compatibilità profonda tra la persona e il contesto.
L’identità lavorativa non limita il cambiamento, ma lo rende più sostenibile.
Fornisce una struttura di riferimento che consente di valutare le opportunità non solo in termini di possibilità immediate, ma anche di coerenza nel tempo.
In questo senso, il cambiamento professionale smette di essere una fuga da una situazione insoddisfacente e diventa un passaggio intenzionale verso una direzione più allineata.
Come si costruisce l’identità lavorativa (senza test miracolosi)
L’identità lavorativa non è qualcosa che si scopre attraverso un test rapido a scuola o un corso di crescita personale generico.
Allo stesso modo in cui, per prendersi cura della propria alimentazione, ci si affida a un nutrizionista qualificato e non a indicazioni generiche, anche la costruzione dell’identità lavorativa richiede una guida competente.
In Italia, fino a tempi recenti, è mancata una figura specializzata che si occupasse in modo strutturato di questo livello di orientamento.
Il lavoro di orientamento si è spesso fermato alla scelta del percorso formativo o all’inserimento nel mercato del lavoro, senza affrontare in modo sistematico il tema dell’identità lavorativa.
L’orientamento professionale profondo che facciamo all’interno dei percorsi di OrientaNext introduce invece una figura specifica, l’Orientatore, che lavora su un piano diverso rispetto alla consulenza di carriera tradizionale.
Il suo compito non è indicare cosa fare, ma aiutare la persona a chiarire i criteri interni che guidano le scelte professionali, attraverso un processo di analisi, riflessione e osservazione guidata.
Questo lavoro consente di costruire un’identità lavorativa non come un’etichetta rigida, ma come una struttura di riferimento dinamica, capace di orientare le decisioni anche in contesti complessi o in evoluzione.
Identità lavorativa e responsabilità del futuro
Comprendere il proprio passato professionale è utile, ma non sufficiente.
L’identità lavorativa non serve a spiegare ciò che è stato, quanto piuttosto a rendere possibile una scelta responsabile rispetto a ciò che verrà.
In questo senso, l’orientamento professionale profondo si avvicina più a una logica di responsabilità verso il futuro che a un’analisi retrospettiva.
Il passato fornisce informazioni, ma non determina le scelte. È la direzione che si decide di assumere a dare coerenza alle azioni presenti.
L’identità lavorativa, quindi, non definisce ciò che una persona deve essere, ma chiarisce da quale punto osserva il mondo del lavoro e su quali criteri intende costruire le proprie decisioni.
Conclusione
L’identità lavorativa rappresenta un elemento centrale per chi desidera costruire un percorso professionale sostenibile e coerente nel tempo.
Senza una chiara comprensione di questo livello, le scelte rischiano di essere reattive, frammentate e guidate da fattori esterni.
Al contrario, quando l’identità lavorativa è sufficientemente definita, le decisioni professionali diventano più intenzionali, anche in presenza di incertezza o cambiamento.
Non perché esista una scelta perfetta, ma perché esiste una direzione da cui scegliere.
Ed è proprio da qui che inizia un percorso di orientamento professionale profondo.

